IL CROLLO

La perestrojka gorbacioviana come cavallo di troia
per la dissoluzione dell'URSS e la liquidazione del socialismo nell'Europa dell'est

Riprendere oggi il discorso su Gorbaciov appare, alla luce degli avvenimenti, un fatto scontato. L'interrogativo però che rimane in piedi è questo: come è stato possibile?

In realtà dobbiamo considerare che dalla morte di Stalin a quando la bandiera rossa è stata ammainata sul Cremlino sono passati quasi 40 anni. Se anche il socialismo è stato costruito in URSS e nell'Europa dell'est col ferro e col fuoco, la sua solidità non ha retto a un regime prolungato di destabilizzazione delle fondamenta.

Non dimentichiamo, come abbiamo documentato in questa rassegna storica, che già al XIX congresso del PCUS, nell'ottobre 1952, Stalin si era reso conto che la stabilizzazione di quella struttura del partito diventava un freno per gli ulteriori sviluppi del socialismo e che il partito, senza un nuovo slancio rivoluzionario, non era adeguato ad affrontare la nuova fase di attacco imperialista provocato dalla guerra fredda e di impegno nella costruzione del campo socialista nato dalla seconda guerra mondiale e dalla vittoria della rivoluzione cinese.

Già prima del XX congresso del PCUS, nel 1953, alla morte di Stalin, si era messa in moto la macchina per bloccare ogni possibile ritorno alla concezione di un partito basato su una dinamica rivoluzionaria in funzione delle trasformazioni che essa comportava e degli obiettivi da raggiungere, sul piano interno e sull'arena internazionale. La fucilazione di Beria fu il punto di partenza dell'inversione di marcia. Ma per tornare indietro l'eliminazione di Beria non poteva bastare, ci voleva uno scossone che minasse in profondità tutto l'equilibrio sociale che si era realizzato dal 1917 in poi e che era basato su una concezione di classe della gestione del potere, cioè su quella che i comunisti, da Marx in poi, hanno definito dittatura del proletariato. Attaccare Stalin sulla questione di come era stata esercitata la dittatura del proletariato dal 1924 in poi diventava quindi indispensabile per i fautori del nuovo corso se volevano cambiare il ruolo del partito. Attaccare Stalin provocava contemporaneamente nella società sovietica una rottura che alimentava le spinte antisocialiste mascherate dalla condanna degli 'errori' da lui commessi e dalla richiesta di 'democratizzazione'. Il prodotto di tutto ciò è stato Kruscev e il suo fallimento. Ormai però la controrivoluzione si era messa in marcia e la macchina sovietica si era inceppata producendo nuove contraddizioni e conflitti.

L'arrivo di Breznev nel 1964 ha avuto un effetto stabilizzante, ma non ha invertito la tendenza, mancando di una reale volontà di liquidare l'eredità krusceviana. Breznev era interno al gruppo che aveva gestito la svolta dopo il 1953. Questo spiega perchè, dal 1964 al 1982, il periodo di gestione brezneviana, nonostante la riaffermazione di una ortodossia formale del marxismo-leninismo, le forze che in campo economico e e nei gangli dell'apparato amministrativo detenevano le leve del potere avevano potuto prepararsi a una trasformazione più radicale della situazione.

La nomina di Gorbaciov a segretario del partito nel 1985 ha segnato questo passaggio e le sue tragiche conclusioni. I fautori della perestrojka, in particolare il duo Gorbaciov-Eltsin, hanno portato a compimento ciò che Kruscev aveva iniziato, con la differenza che le forze antisocialiste nel frattempo si erano enormemente rafforzate dopo le scelte del XX Congresso del PCUS e, dopo la lunga parentesi di Breznev, non limitavano più i loro attacchi alla denuncia dei misfatti di Stalin e alla burocratizzazione del sistema, ma si orientavano ad esprimere le loro posizioni su tre questioni essenziali che erano la negazione della validità del socialismo in URSS.

Sul terreno ideologico la contestazione coinvolgeva l'insieme dell'esperienza socialista, che di fatto veniva pubblicamente definita un'epoca di 'errori e di orrori', alla Bertinotti per intenderci. Di questo è testimonianza la lunga lettera che Nina Andreeva pubblicò, con grande scandalo dei riformatori, il 13 marzo su Sovetskaja Rossija, una lettera che ha fatto storia, e che uscì nel periodo di preparazione della XIX Conferenza del PCUS che si sarebbe tenuta a Mosca il successivo 28 giugno. Col titolo significativo 'Non possiamo transigere sui principi', la lettera [qui] è un atto d'accusa contro le posizioni dei riformatori che stavano portando alla messa fuori legge del PCUS e alla liquidazione dell'URSS. La Pravda il 5 aprile risponderà con un articolo non firmato e attribuito al vertice del partito che si dimostra compatto nel respingere le argomentazioni della Andreeva a difesa dell'esperienza socialista e del ruolo dirigente di Stalin.

Il programma economico dei riformatori fu esposto in maniera organica da Abel Aganbeghjan, segretario del dipartimento economia dell'Accademia delle scienze dell'URSS e stretto collaboratore di Gorbaciov. Il titolo dell'articolo, pubblicato sulla rivista Eko diretta dall'accademico, è molto significativo: 'Il programma di ristrutturazione radicale' [qui]. Dalla lettura di questo testo si evincono le teorie della riorganizzazione del sistema economico basata sulla iniziativa privatistica delle singole imprese e sulla riorganizzazione del mercato e del credito in funzione di questa. Un anticipo delle privatizzazioni tout-court che portarono alla nascita dei grandi imperi degli oligarchi.

A queste tesi, come nel caso dell'Andreeva, qualcuno si sente in dovere di rispondere. Si tratta in questo caso di Mikhail Antonov, docente di scienze tecniche e dirigente dell'Istituto di economia mondiale, che sulla rivista Moskva (n.3 del 1988) risponde ad Aganbeghjan [qui] e ricorda ai riformatori che "La causa principale della stagnazione non sta nel meccanismo economico e neppure nei metodi di gestione, ma nella perdita del sentimento di partecipazione ai destini storici della Patria, di quella sensazione precisa di essere padroni della produzione e del paese. I grandi ideali trasmettono ai popoli un'energia inimmaginabile che innalza i tassi di sviluppo a livelli ritenuti forse irrangiungibili al giorno d'oggi".

Infine il punto di vista internazionale dei riformatori. Nelle tesi approvate il 23 maggio 1988 dal CC del PCUS in preparazione della XIX conferenza che si aprirà a Mosca il 28 giugno, al punto 10, 'Dialogo nella politica estera' [qui], viene stigmatizzata la vecchia mentalità, tacciata di dogmatismo e soggettivismo.

Un passaggio decisivo dell'opera di trasformazione del sistema socialista è costituito dalla decisione gorbacioviana di eleggere il primo Congresso dei deputati del popolo [qui] che si riunisce per la prima volta dal 25 maggio al 9 giugno 1989 e istituisce un vero e proprio dualismo di potere, dando visibilità e rappresentanza alle forze, legate all'occidente, che esercitano l'egemonia nel processo di 'rinnovamento' e porteranno alla liberalizzazione dell'economia, all'introduzione di una ideologia borghese in tutti i campi e alla implosione dell'URSS.

Per avere un'idea di come i riformatori intendessero la fine della vecchia mentalità riportiamo le registrazioni delle conversazioni di Gorbaciov e Eltsin, al momento della dissoluzione dell'URSS (dicembre 1991), con Bush senior, con cui i riformatori della perestrojka si consultano su come procedere [qui].

Da queste premesse si arriva all'epilogo che tutti conosciamo. La controrivoluzione trionfa e il campo socialista ne segue le sorti. Scioglimento del patto di Varsavia, colpo di stato in Romania, liquidazione della DDR, dissoluzione dell'URSS, la NATO ai confini della Russia. Per questo un deputato della Duma ha chiesto di processare Gorbaciov per alto tradimento (Eltsin nel frattempo è morto).