Per una visione storico-materialistica
del processo mondiale verso il socialismo

  Riproponendo la questione Stalin e il suo ruolo nella storia del movimento comunista, intendiamo spostare l'attenzione su questioni che in questi anni non sono emerse con sufficiente chiarezza nelle discussioni e nelle analisi. Ci proponiamo qui di riesaminarle per spingere i lettori a considerare aspetti di fondo senza i quali non si riuscirà a dare un giudizio completo e soprattutto scientifico sui fatti che riguardano Stalin e la traiettoria compiuta dall'Unione Sovietica.

   Nel corso del nostro lavoro infatti [1], mentre andavamo alla verifica del significato dei vari passaggi storici compiuti dall'URSS negli anni di Stalin e in quelli successivi, ci siamo accorti che dal contesto emergevano due questioni che si proiettano aldilà del modo in cui abitualmente si discute su Stalin e sull'esperienza del socialismo in URSS e negli altri paesi. Queste due questioni le possiamo chiamare dinamica di una rivoluzione e visione storico-materialistica del processo mondiale verso il socialismo. Prima di entrare nel merito di queste definizioni cerchiamo di chiarirne il senso.

  Parlando di dinamica di una rivoluzione intendiamo sottolineare non solo che non si tratta di un 'pranzo di gala', come si usa dire con frase abusata, ma che una rivoluzione comporta un profondo sommovimento sociale fino alla vittoria definitiva di una delle due parti in lotta e questo induce le forze rivoluzionarie ad azioni conseguenti per parare i contraccolpi delle classi spodestate. Così è avvenuto, ad esempio, con la Rivoluzione francese, che non si può giudicare nei suoi effetti dall'uso della ghigliottina da parte dei giacobini, da Robespierre, a Marat, a Saint-Just. Nessuno scandalo si può menare se, in epoca rivoluzionaria, si usano mezzi rivoluzionari per liquidare l'avversario. Fare la rivoluzione a metà, come dicevano i giacobini, significherebbe scavarsi la fossa.

  Nel caso della Rivoluzione bolscevica e di Stalin non si può usare un metro di valutazione diverso. L'Ottobre russo è stato uno sconvol­gi­mento epocale, che non poteva essere affrontato con mezzi diversi, e non limitatamente all'insurrezione del 7 novembre, ma per tutto il periodo in cui l'URSS si è dovuta misurare nell'arena internazionale con le forze imperialiste e nelle difficilissime situazioni interne.

  E' un alibi questo per evitare un giudizio oggettivo sull'operato di Stalin? Pensiamo proprio di no. Andare a una verifica storica senza tener conto di qual è la dinamica di una rivoluzione non porta da nessuna parte se non sul terreno di coloro che, da Kautsky in poi, si sono sempre scagliati contro la dittatura bolscevica.

  La borghesia e la sua corte di anticomunisti ha voluto far credere che una rivoluzione altro non sarebbe che una violazione dei 'diritti umani' e della democrazia (quella borghese). A questo c'è un solo modo di rispondere: la rivoluzione è una rivoluzione, con le caratteristiche e la dinamica che le sono proprie. Le anime belle non sono d'accordo, ma l'analisi storica questo ci insegna. La conferma si avrà andando a verificare cosa è successo veramente nel periodo in cui Stalin ha diretto il partito bolscevico e l'URSS e quanto i suoi atti corrispondano a questa visione delle cose.

  Bisogna però fare una ulteriore specificazione sul metodo d'indagine. Non ci si può limitare ai soli aspetti militari e repressivi. La dittatura del proletariato dopo la presa del potere - concetto che Lenin riprende da Marx nel testo contro il 'rinnegato Kautsky'[2] che si era dimenticato della famosa 'parolina' nel momento in cui la rivoluzione russa si organizzava di conseguenza - investe anche questioni che riguardano i rapporti sociali con le le forze emergenti nel processo rivoluzionario. L'idealismo 'rivoluzionario' spinge a credere che in una rivoluzione si produca una schematica contrapposizione tra il nuovo potere - con una classe operaia (nel caso dei bolscevichi) tutta compatta e con le idee chiare sui passaggi futuri - e le classi spodestate. Ma questa è una caricatura degli avvenimenti, in cui si è dovuto invece tener conto dei problemi che via via emergevano e imponevano scelte difficili che, seppure si rivelavano vincenti, producevano sulla società anche effetti indesiderati, nè poteva essere altrimenti. Per essere più precisi, se le scelte rivoluzionarie, all'epoca di Stalin, hanno potuto prevalere, come dimostreremo, non è stato per la ferocia della dittatura proletaria e dei suoi strumenti repressivi, bensì perchè trovavano la loro base nel consenso popolare. Ma il fatto che le scelte godessero del consenso non vuol dire che non producessero contraddizioni sociali anche profonde.

  Tornando all'esempio storico della rivoluzione francese, richiamiamo la vicenda di Danton, ghigliottinato perchè sosteneva la mediazione a fronte della radicale contrapposizione alle forze dell'ancien régime che giacobini come Robespierre, Marat, Saint-Just ritenevano necessaria. E non perchè egli fosse direttamente un controrivoluzionario, ma era appunto un conciliatore, un 'indulgente' come venivano chiamati all'epoca. [3]

  Per capire il senso delle dinamiche rivoluzionarie non si può usare un metodo astratto, uno schema ideale e 'pulito' con cui valutare le cose e farle quadrare a tavolino o sui testi, senza aver compreso sul terreno dello scontro il senso generale degli avvenimenti e il metodo interpretativo da adottare. Ci preoccupiamo di sottolineare questo punto perchè è una questione teorica che i comunisti devono saper affrontare, evitando, come spesso avviene, di ricorrere all'agiografia.

  L'agiografia su Stalin - criticabile nelle forme in cui spesso si è espressa - non aiuta la formazione teorica dei comunisti, nè serve a capire come le cose siano andate veramente. Il fattore decisivo per i risultati ottenuti da Stalin è stata l'applicazione di un metodo che è la costante di ogni vero processo rivoluzionario e dal quale non si può prescindere se non si vuole 'scavare la fossa' della rivoluzione. Su questi binari va gestita la discussione. I risultati ottenuti da Stalin, in altri termini, non sono stati una marcia trionfale, ma sono costati lacrime e sangue e una forza veramente rivoluzionaria quale erano i bolscevichi ne era ben consapevole e agiva di conseguenza.

  Andando al merito delle questioni, per collegare le valutazioni al periodo storico, è bene rispondere anche a un'altra domanda: quanto è durato il periodo 'eccezionale' che ha caratterizzato l'URSS anche dopo la morte di Lenin?

  Dal 1924 in poi, almeno fino all'atomica, l'URSS ha dovuto affrontare continuamente fasi eccezionali che hanno motivato una serie di scelte radicali.

  Il primo importante passaggio fu la scelta della costruzione del socialismo in un solo paese. Quella scelta comportò uno scontro durissimo con la concezione trotskista del processo rivoluzionario (la 'rivoluzione permanente'). Lo scontro non fu un fatto di ordinaria amministrazione. Nel contesto di un processo rivoluzionario, certi errori di valutazione pesano sulle sorti future della rivoluzione e questo spiega non solo la durezza dello scontro ma anche le conclusioni. Lo scontro, oltre che con Trotski, si è ripetuto con Bukharin, Kamenev e Zinoviev che assieme ad altri avevano costituito una centrale per rovesciare la direzione di Stalin. Nella situazione concreta in cui la vicenda si svolgeva questo non poteva essere tollerato. Del resto i principali personaggi coinvolti alla fine nella repressione avevano già dato prove in passato di non avere saldezza rivoluzionaria. Per Bukharin all'epoca della pace di Brest (ancora assieme a Trotski) [4] e per Kamenev e Zinoviev alla vigilia dell'insur­re­zione, quando avevano pubblicamente denunciato i bolscevichi (e Lenin) che la stavano preparando. In periodi rivoluzionari queste cose si pagano e a un livello molto più rigoroso di semplici provvedimenti disciplinari.

  Oltre alla lotta interna per decidere quale linea doveva prevalere, ad alzare il livello dello scontro sono stati i vari passaggi interni che la rivoluzione ha dovuto attraversare per attuare il suo programma. Sappiamo che la rivoluzione russa non è stata, è bene sottolineare, solo una trasformazione politica, ma una riorganizzazione comples­siva delle basi economico-sociali; non solo dunque espropria­zione delle classi sfruttatrici, ma anche una nuova dimensione per realizzare il socialismo in URSS.

  Qual è il prezzo che bisognava pagare per questo passaggio storico epocale che insieme si faceva anche carico di una diffusione mondiale del movimento comunista? A ciascuno di noi, che ragioniamo oggi dal ventre molle dell'imperialismo, piacerebbe una transizione ordinata verso una nuova società socialista, ma nei fatti per arrivare a questo bisogna passare nell'inferno della realtà storica concreta. La direzione rivoluzionaria di Stalin ha assicurato questi difficili passaggi che hanno avuto il nome di industrializzazione di un paese arretratissimo, collettivizzazione dell'agricoltura per liquidare il potere dei kulaki, organizzazione della difesa contro il nemico esterno, architettura sociale delle strutture della nuova società socialista, fino alla prova terribile della seconda guerra mondiale, vinta sì ma al prezzo di oltre venti milioni di morti e di distruzioni enormi.

  Si arriva così, dopo vent'anni di tenuta rivoluzionaria, all'8 maggio 1945, il giorno della vittoria, ma non alla fine del periodo eccezionale. Al vittorioso potere sovietico, all'indomani della sconfitta del nazismo, non fa seguito l'allentarsi delle tensioni, al contrario. In preparazione già dal 1944, inizia subito una nuova guerra, non solo 'fredda' come sarà chiamata, ma anche assai calda, su molti fronti. Gli americani, usciti indenni dalle distruzioni belliche e forti del possesso esclusivo della bomba atomica, assumono su di sè l'eredità di tutti gli imperi coloniali in crisi e riorganizzano, insieme soprattutto agli inglesi, tutte le forze dell'imperialismo e della reazione contro i bolscevichi. La direzione di Stalin impedisce che l'arma atomica rimanga a lungo monopolio esclusivo degli USA [5], e impedisce anche che l'opulenza americana riporti il capitalismo nell'Europa orientale. Il famoso piano Marshall era stato elaborato proprio a questo fine ma, come aveva detto Churchill già nel 1946, una cortina di ferro [6] era calata nell'est europeo: si trattava, diciamo noi, di una grande avanzata delle forze socialiste in Europa. Anche questa però non fu una passeggiata e comportò duri scontri all'interno dei paesi di nuova democrazia dove, fino al 1944 e oltre, avevano prevalso governi reazionari o di dittatura militare fascista, come in Polonia, in Ungheria, in Romania. Contemporaneamente, grandi avvenimenti maturavano, anche con un rilevante contributo sovietico, in oriente: in Cina, in Corea, in Vietnam e dopo lo scacco subito dagli imperialisti che avevano sostenuto in tutti i modi Ciang Kai-shek anche l'intervento aperto ed estremamente brutale in Corea fu fermato.

  Quelli che abbiamo riassunto finora sono elementi di una storia rivoluzionaria che rievochiamo non tanto per mettere al primo posto la ricostruzione dei fatti, che gli storici di parte comunista e non solo hanno più volte analizzato, quanto per ricondurre a un canone interpretativo generale la logica di gestione del potere sovietico nel periodo 1924-1953 e per demolire ogni tentativo di ridurre una fase storica rivoluzionaria a calunnia e a gossip. E qui ripetiamo a tutti quelli che vogliono entrare nel merito: è la rivoluzione bellezza, misurati con queste cose se vuoi capire!

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  Assieme a questo vogliamo togliere però agli anticomunisti, ai trotskisti e alle anime belle anche la soddisfazione di farci la domanda di rito per tentare di mettere in crisi il nostro punto di vista: come è finita questa storia? Come ne giustificate quello che appare oggi l'esito finale?

  E' appunto questa la seconda questione che vogliamo affrontare, come dicevamo all'inizio, per rispondere proprio a questi interrogativi. Non vogliamo qui ripetere ciò che è ormai ovvio: in URSS e nei paesi socialisti dell'Europa orientale a partire dalla morte di Stalin si è avviato un processo controrivoluzionario. Perchè si è avviato questo processo? Questo è il punto interpretativo fondamentale.

  La polemica tradizionale contro il revisionismo, su cui si sono accaniti gli 'accademici' emmellisti, alla fine non ha spiegato nulla ed è risultata una tautologia. La controprova si è avuta con le vicende cinesi (a cui accenniamo più avanti) [7]. Nè si può tirare in ballo il Termidoro francese. In Francia il Termidoro fu l'esito di un regolamento di conti tra la borghesia giacobina e la classe borghese nel suo insieme che, ormai al potere, una volta distrutto l'ancien régime, voleva raccogliere i frutti, anche quelli del Terrore, ma in una direzione diversa.

  Per l'URSS e i paesi socialisti dell'Europa orientale la questione si è posta diversamente. Lì non c'era una classe antagonista che apriva la crisi, ma una situazione oggettiva su cui l'imperialismo occidentale, con la sua quinta colonna interna trotsko-liberista e il suo potente soft power alimentato dalla strabordante potenza economica, è riuscito alla fine a influenzare la stessa classe operaia che era la base dei regimi socialisti. Perchè a un certo punto, cioè a partire dal 1953, questo è potuto accadere?

  Noi cerchiamo di dare una interpretazione storico-materialista dei fatti e, riprendendo il concetto di periodo eccezionale che aveva prolungato la fase rivoluzionaria per un trentennio, attraverso passaggi che ne avevano però via via anche consolidato le basi, possiamo dire che la morte di Stalin è sopraggiunta in una fase in cui un cambia­mento era divenuto una necessità oggettiva, di cui lo stesso Stalin aveva piena coscienza, ma che trovava ostacoli proprio nella nomenclatura ai vertici del partito e dello stato [8]. L'URSS aveva bisogno di un rinnovamento interno che, come era avvenuto in altri periodi precedenti, portasse il popolo sovietico a nuove conquiste e a una nuova sfida internazionale (questioni peraltro intimamente connesse) e trascinasse in questo nuovo percorso anche le democrazie popolari dell'Europa orientale, senza ovviamente rinnegare un passato glorioso e rivoluzionario.

  L'Unione Sovietica - come vediamo oggi anche alla luce delle vicende cinesi - non poteva andare oltre senza uno sviluppo accelerato delle forze produttive che servisse per la competizione con l'imperialismo, ma anche per dimostrare al popolo sovietico e ai popoli delle democrazie popolari dell'Europa che il socialismo non solo sotto la direzione di Stalin era riuscito a superare le difficoltà del suo percorso ma, per il livello di vita che consentiva, giustificava tutti i sacrifici fatti fino ad allora.

  Morto Stalin non si assiste a un nuovo sviluppo della rivoluzione, ma il cambiamento prende la forma dell'azione controrivoluzionaria di Kruscev (di cui la liquidazione di Beria era già stata un'avvisaglia) e della parallela demonizzazione di Stalin, con la complicità evidente­mente di buona parte del gruppo dirigente. La storia ha voluto, sciaguratamente, che il 'rinnovamento' passasse attraverso un personaggio come Kruscev [9] che, assieme al suo emulo Gorbaciov, si è dimostrato un avventuriero che dopo la morte di Stalin esprimeva solo giochi di potere per la nuova leadership.

  In Cina c'è stata la rivoluzione culturale e poi la vittoria di Deng Hsiaoping che ha indicato un'alternativa; nell'URSS il gruppo dirigente post-staliniano, con alti e bassi, ha saputo alla fine solo aprire la strada alla controrivoluzione.

  Esaminando oggi le cose, a 67 anni dalla morte di Stalin e a circa 30 dal crollo del muro di Berlino, dovremmo essere in grado di valutare meglio ciò che è accaduto e uscire anche dal modo in cui abbiamo risposto finora agli antistalinisti e agli anticomunisti.

  Qual è infatti la questione che emerge nel portare avanti l'indagine e la discussione su Stalin e il socialismo reale? Noi pensiamo in proposito che ciò che è accaduto ha modificato anche il percorso su cui si era incanalato il processo di trasformazione socialista nel mondo iniziato con la Rivoluzione d'ottobre. La curva della rivoluzione [10] che dalla fondazione dell'Internazionale Comunista si era piegata, adattandosi all'evoluzione del processo storico reale, col crollo dell'URSS e dei paesi socialisti europei si è spezzata. Non si tratta ora solo di individuare i nuovi percorsi [11], ma di capire che, dopo questi avvenimenti, la preistoria della società comunista si è allungata e sta prendendo altre vie. I comunisti cioè, sul piano teorico e della prospettiva politica, devono rielaborare una visione del futuro che si ancori a una concezione materialistica del processo storico odierno in modo da dare fondamento scientifico alle loro ipotesi.

  La svolta cinese ci ha posto questo problema in termini oggettivi e dobbiamo trarne le debite conclusioni. Quali? Noi ne indichiamo due:

  I comunisti cinesi hanno chiaramente teorizzato che il rapporto tra sviluppo delle forze produttive e socialismo va collocato sui tempi lunghi e che la Cina è all'inizio di questo percorso. Non solo, ma la marcia non è concepita come trascinamento diretto di un fronte che tende nella stessa direzione, ma come sviluppo multipolare delle relazioni interstatali a tutto campo in un clima di pace e di collaborazione internazionale. Il peso della Cina nello sviluppo del socialismo nel mondo diventa quindi oggettivo. In questo senso si può parlare di arretramento di un processo storico che era iniziato con la rivoluzione d'ottobre e l'appello alla rivoluzione mondiale. Non che questo appello non sia stato raccolto, ma esso ha prodotto conse­guenze molto più articolate e complesse, che ora vanno analizzate e valutate per spingere i comunisti a reimpostare il loro percorso, sia partendo, come ovvio, dalle singole situazioni nazionali, sia soprattutto per i modelli di trasformazione sociale.

  La prospettiva non è però di armonia confuciana. Non solo per la Cina che si trova a dover fronteggiare, su tutti i terreni, compreso quello militare, le minacce dell'imperialismo americano che vede naufragare la sua egemonia, ma anche perchè in gran parte del mondo, dominato dall'imperialismo e dal neocolonialismo, le contraddizioni si approfondiscono e le reazioni delle masse sfruttate porteranno inevitabilmente a nuovi cambiamenti e trasformazioni rivoluzionarie, indipendentemente dagli equilibri generali. Il modello che per ora si intravede, non è quello della scintilla che dà fuoco alla prateria, come è avvenuto nel 1917, ma di singole rotture dove le contraddizioni diventano più forti. La rottura della catena imperialista nei punti più deboli potrebbe anche non produrre trasformazioni epocali immediate. Quella che si intravede oggi è una guerra di posizione che costringe le roccaforti dell'imperialismo alla difensiva. E impone anche alle forze rivoluzionarie una tattica adeguata.


Note

[1] Ci riferiamo al lavoro di ricerca e verifica compiuto negli anni dall'Asso­cia­zione Stalin. Il sito dà accesso a molti testi rilevanti per i temi qui trattati anche se non riprodotti nel presente volume.
[2] Vedi “Rivoluzione e dittatura. Storia e teoria per capire Stalin”, [qui] dove si ripropone il testo di Lenin, “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”
[3] Si veda il discorso di Saint-Just alle pagine 35ss.
[4] Si veda Il realismo della rivoluzione alle pagine 98ss.
[5] Sulla concreta minaccia e pianificazione di distruzione dell'URSS brandita dagli USA grazie al monopolio dell'arma atomica consigliamo la lettura di Filippo Gaja, Il secolo corto. La filosofia del bombardamento. La storia da riscrivere, Maquis Editore, 1994.
[6] L'espressione era stata impiegata in origine dai nazisti e in particolare da Joseph Göbbels in relazione alla conferenza di Yalta e in rapporto ai tentativi dei nazisti ormai sconfitti di riciclarsi con gli americani in funzione anticomunista.
[7] La ricostruzione delle vicende cinesi ha occupato uno spazio importante nel lavoro dell'Associazione Stalin ed è riassunta in “Il rilancio cinese e il suo esito” [qui] e in “La Cina oggi: ben scavato vecchia talpa?” [qui].
[8] Si possono leggere al riguardo i testi pubblicati in La controrivoluzione in URSS: fatti e interpretazioni , [qui] e in particolare l'intervento di Stalin al Plenum del CC del PCUS del 16 ottobre 1952 che riportiamo anche in appendice alle conclusioni di questo volume (pag. 647ss.). Soprattutto però bisogna abbandonare il cliché dello Stalin dittatore onnipotente, tipico della propaganda anticomunista. Grover Furr ha pubblicato nel 2005 un saggio di estremo interesse, tradotto in molte lingue ma non in italiano, dal titolo eloquente “Stalin e la lotta per la riforma democratica” (Stalin and the Struggle for Democratic Reform, parte I e II, aprile e dicembre 2005, in “Cultural logic: a Journal of Marxist Theory & Practice”). Reperibili in rete [qui] e [qui]. Vedi anche la nota 205 a pag. 407.
[9] Vedi “Chi era Kruscev”, [qui]. Si tratta del 12° capitolo, nella nostra traduzione, del libro di Grover Furr, Khrushchev lied, pubblicato integralmente in italiano dalle Edizioni Città del Sole, Napoli, 2016
[10] Vedi le considerazioni al riguardo a conclusione del presente volume (da pp. 634ss.)
[11] A questo tema abbiamo dedicato alcune considerazioni nella nota “Due questioni a cui dare risposta” in “Lettere ai compagni”, Aginform, giugno 2020, pp. 529-541.