I COMUNISTI NEL 21° SECOLO

Conclusioni (non definitive) di un lavoro che continua


A ridosso del 1989 ci si poteva interrogare sul significato degli avvenimenti (si vedano per esempio le riflessioni nell'opuscolo del 1994 a cui rinviamo [qui]), ma non si poteva certo prevedere quello che sarebbe accaduto negli anni successivi. Le guerre 'umanitarie' e le macerie del socialismo in Europa e nell'URSS impedivano di capire ciò che il futuro ci riservava.

Ora che le nebbie si sono diradate e si può vedere con più chiarezza il presente, possiamo fare un bilancio di tutto ciò che è avvenuto e cercare di trarne delle conclusioni, che non sono però definitive, ma punti di riferimento per una discussione che viene sollecitata anche e proprio dal lavoro che l'Associazione Stalin ha svolto finora di analisi e documentazione del periodo di Stalin e della fase controrivoluzionaria apertasi nel 1956 in URSS - lavoro che comunque prosegue (ed è bene che chi ci sta seguendo lo sappia e ci dia anche una mano).

La collocazione storica di questi avvenimenti e la loro corretta valutazione ci fa uscire infatti dal caos intepretativo che ha dominato in questi decenni, un caos ben organizzato, in maniera convergente, dalle forze anticomuniste e da coloro, a sinistra, che hanno sempre dissertato di 'rinnovamento' del comunismo salvo poi regalarci, per rimanere all'Italia, l'esperienza della rifondazione bertinottiana e dei succedanei.

L'Associazione Stalin, al contrario, ha sfidato l'impopolarità ponendosi il compito di interpretare l'intera fase storica che va dal 1924 fino agli anni '90 del secolo scorso e chiarendo, in premessa, che dal nome di Stalin non si poteva prescindere. Non abbiamo agitato icone, abbiamo documentato i passaggi storici dal 1924 in poi e il ruolo dell'antistalinismo, in particolare quello di matrice trotskista. Su questo piano, rompendo con i soliti tentennamenti 'culturali' dei marxologi e la deriva apologetica degli ultimi moicani emme-elle, abbiamo lanciato una sfida che speriamo venga raccolta.

La sfida è innanzitutto di interpretazione storica e di analisi materialistica.

Su un fatto abbiamo già un riscontro importante: il giudizio sulla controrivoluzione iniziata con Kruscev nel 1956 e conclusa con Gorbaciov. Chi può mettere in dubbio, dati gli esiti, che si è trattato di una controrivoluzione? Mettere in chiaro questo fatto consente di inquadrare correttamente ciò che è avvenuto in seguito, e in particolare il nesso controrivoluzione-guerre imperialiste. Ma ora bisogna andare oltre e non limitarci a questa constatazione che è diventata persino ovvia, anche se, in realtà, la questione è stata rimossa dagli stessi comunisti 'residui' i quali, introiettando il pensiero dell'avversario, provano come un senso di vergogna, una sorta di lutto in famiglia. E invece riteniamo che il passaggio storico che stiamo attraversando debba ripartire proprio da questo punto. Non solo per approfondire i fatti, ma soprattutto per capire le nuove caratteristiche dell'epoca che stiamo vivendo rispetto a quella anteriore al XX congresso. Ai comunisti spetta il compito di misurarsi con questa questione per definire la prospettiva. Non si tratta di riaffermare giaculatorie anticapitalistiche e fiducia astratta nel socialismo, bensì di capire se e come riparte una nuova fase.

Il significato rivoluzionario della storia del comunismo è chiaro, ma non è invece assolutamente chiaro come nella presente fase storica si possa aprire una nuova stagione del movimento comunista internazionale che riaffermi il carattere scientifico della teoria comunista e riunifichi su una prospettiva strategica tutte le spinte mondiali alla trasformazione dei rapporti di produzione e alla rottura delle catene imperialistiche. Nella sostanza l'interrogativo è questo: nel 21° secolo i comunisti sapranno ancora essere, come nei due secoli precedenti, i protagonisti dello sviluppo storico?

Il 2017 è un anno di celebrazioni del centenario della rivoluzione d'ottobre, ma non si vive di sole celebrazioni, bisogna individuare un futuro per i comunisti. Sia Marx (ed Engels) che Lenin hanno caratterizzato la loro epoca avviando un processo rivoluzionario (che è coinciso anche con la fondazione della prima e della terza internazionale) su una solida base teorica e insieme dimostrando che quello che dicevano corrispondeva alla fase storica. I comunisti oggi hanno di fronte lo stesso problema.

La crisi del movimento comunista degli anni '90 del secolo scorso ha interrotto un percorso che ormai era considerato inarrestabile, frustrando la speranza di milioni di comunisti che avevano partecipato alle lotte e ai passaggi rivoluzionari della loro epoca. La storia però non si basa sui sentimenti, ma sui processi reali e questi non procedono in linea retta e fanno emergere sempre nuove difficoltà che vanno affrontate senza che gli esiti siano scontati.

Qualcuno pensa che per riprendere il percorso basta riaffermare la validità dei principî, dimenticando che il materialismo storico presuppone l'individuazione del carattere non astratto, ma storicamente determinato, delle contraddizioni. Quali sono le contraddizioni e quindi le forze oggettivamente e soggettivamente rivoluzionarie che possono dare ai comunisti un ruolo centrale nel 21° secolo? Questo è il dibattito da avviare.

Se usciamo, come è necessario, da una visione eurocentrica e sostanzialmente libresca dei processi storici, ci troviamo di fronte alla domanda più ovvia: la Cina, paese-continente diretto da un partito comunista con una grande tradizione rivoluzionaria, non sta forse platealmente condizionando lo sviluppo del 21° secolo e causando seri problemi all'egemonia del vero "impero del male" che presiede a livello mondiale, con tutta la sua corte di vassalli e tributari, ai principali meccanismi di sfruttamento e di guerra?

Questo è un dato innegabile, ma basta questo per dire che, nonostante il crollo dell'URSS e del socialismo nell'Europa dell'Est, il movimento comunista è di nuovo all'offensiva? Su questo la risposta (da abbozzare) è molto più complessa.

Intanto perchè l'esperienza insegna a diffidare degli agitatori di libretti rossi o più in generale degli apologeti poco critici del risultato acquisito, poco propensi a vedere la drammaticità degli eventi e degli scontri che l'hanno determinato e a prefigurare le lotte non meno drammatiche che ne potranno segnare il futuro.

Ma poi, e soprattutto, perchè non si può caricare sul 'socialismo dalle caratteristiche cinesi' il peso di sciogliere d'incanto il groviglio di contraddizioni esplosive che attanagliano l'umanità e che devono essere messe all'ordine del giorno dei comunisti, a cominciare dalla crisi economica e dalla tendenza alla guerra dell'area imperialista occidentale, dalla devastazione di interi continenti (dall'Africa al Medio Oriente), dalla questione ambientale, dai tentativi di risposta che emergono e dagli ostacoli che incontrano, per esempio in America Latina.

Come si misureranno i comunisti con queste questioni? Non è solo il socialismo con caratteristiche cinesi che potrà sciogliere questi nodi.

Non si può pensare che il fronte dell'elaborazione e dell'azione dei comunisti possa pesare effettivamente nel 21° secolo senza che si misuri con l'intero arco delle contraddizioni che si stanno manifestando e senza capire il ruolo da svolgere.

Qui non si parla di volontarismo, della pretesa cioè di fare la rivoluzione sempre e comunque, bensì di indagare la portata delle singole contraddizioni e saper svolgere non un ruolo di testimonianza, ma un'azione concreta.

Purtroppo, la fase controrivoluzionaria che abbiamo attraversato e gli anni che l'hanno preceduta hanno congelato il pensiero teorico dei comunisti e hanno ridotto la loro presenza dentro schemi che si muovono tra il sindacalismo e il parlamentarismo. Questa non è però un'epoca di stabilizzazione, in quanto la controrivoluzione ha sortito l'effetto, certamente non voluto, di riaprire una fase con caratteristiche rivoluzionarie. Sembrava che la guerra infinita inaugurata da Bush portasse al rafforzamento del dominio imperialista e invece ne ha minato la stabilità. C'è un epicentro di questa nuova realtà che si sviluppa sulla linea delle guerre imperialiste, ma esso si allarga a cerchi concentrici in altre aree e tende a provocare l'apertura di altri crateri. Come affrontare questi crateri sul piano tattico, organizzativo e politico è il punto di elaborazione di ciascuna organizzazione comunista che opera nel mondo con la coscienza però della interdipendenza, non ovviamente meccanica, dei rivolgimenti in corso.

Il pensiero comunista è soprattutto riaffermazione di una visione universale della dinamica delle forze in campo. Non è un caso che nei due secoli di ascesa del movimento comunista sono sorte due organizzazioni internazionali che ne hanno guidato lo sviluppo: l'internazionale di Marx ed Engels e l'internazionale di Lenin. Ambedue però, è bene dirlo per evitare abbagli, sono nate e si sono sviluppate in un processo reale di internazionalizzazione delle contraddizioni non in termini ovviamente geopolitici, ma di crescita di forze rivoluzionarie e di classe.

Oggi siamo ancora in una fase di gestazione di un nuovo passaggio, le cui configurazioni assumono anche forme diverse. Si veda la vicenda venezuelana che arriva a forme di guerra civile dopo la presa del potere dei bolivariani (e non sono i comunisti storici che guidano il processo, come avvenne del resto anche a Cuba). Non si tratta quindi di 'mettere le braghe al mondo', ma è indubbio che la direzione di marcia ricorda anche le fasi precedenti. Non dobbiamo confondere la forma con la sostanza delle cose. Chi usa le categorie del marxismo e la concezione materialistica della storia deve trovare il bandolo della matassa dentro le contraddizioni e saperlo usare per la trasformazione della realtà.

I comunisti non si giudicano solo per quello che hanno fatto di importante, ma anche per quello che faranno nei prossimi decenni fintanto che il vecchio sistema basato sullo sfruttamento e sull'imperialismo non sarà liquidato.

Dopo la fase controrivoluzionaria aperta da Kruscev dobbiamo favorire la crescita di una nuova generazione di comunisti che si ponga di nuovo l'obiettivo della liquidazione dello sfruttamento e dell'imperialismo, non usando l'ideologia o la retorica, ma analizzando le condizioni storiche e operando in modo rivoluzionario su questa base.

Si riapre anche, in questo contesto, il dibattito teorico, quello vero, il quale si trova di fronte a tutte le scorie che si sono accumulate in decenni di stagnazione e anche, soprattutto, di deformazione dei fatti storici e del loro significato. Soprattutto noi che viviamo nell'occidente capitalistico subiamo il peso di questa oppressione ad opera della borghesia e della sua corte di gestori dell'informazione e delle istituzioni culturali, dentro cui naviga anche la sinistra imperialista e omologata. Non ci dobbiamo illudere che ci si possa liberare facilmente da questo fardello nell'occidente capitalistico. Soprattutto non lo si potrà fare riproponendo la lettura dei sacri testi senza una spiegazione scientifica del presente che rinnovi i contenuti rivoluzionari del comunismo.

Da questo punto di vista dunque siamo messi abbastanza male. La controrivoluzione in URSS e all'Est, l'annessione della Germania socialista, la liquidazione dei grandi partiti comunisti europei che per decenni hanno egemonizzato la cultura in Italia, in Francia, in Spagna ecc., ha saldato l'anticomunismo borghese con le teorie neotrotskiste, anarco-sindacaliste e neoriformiste, bloccando nelle nuove generazioni, che pure esprimono tendenze alla lotta e al cambiamento, la 'riscoperta' del comunismo. Questa potrà avvenire però solo se di fronte alle nuove sfide storiche il comunismo non si presenterà come residuale o in veste meramente ideologica. E non si tratta di ricercare 'terze vie', ma della via della ripresa sul solco tracciato dai comunisti nel 19° e 20° secolo.

Ci rendiamo conto che è compito arduo. Noi cerchiamo di dare, con il pessimismo dell'intelligenza, il nostro modestissimo contributo.