L'Associazione


La rivoluzione
e gli anni di Stalin


Il ruolo del Partito Comunista
nella storia d'Italia

Con il completamento del secondo fascicolo, "Il PCd'I alla prova: l'avanzata del fascismo e lo scontro con l'Internazionale" prosegue la nuova fase del nostro lavoro, dedicata al ruolo del PCI nella storia di Italia (dal 1921 a Berlinguer).
Possiamo anticipare l'articolazione dello studio che abbiamo intrapreso e che sarà basato, come quelli precedenti, su una lettura guidata dei documenti che mettono in luce i passaggi e i nodi politici fondamentali. Questo il sommario:

1. La scelta di Livorno
2. Il PCd'I alla prova: l'avanzata del fascismo e lo scontro con l'Internazionale comunista
3. La svolta di Lione
4. I comunisti nella clandestinità
5. La lotta armata contro il fascismo e i tedeschi
6. Da Salerno alla Repubblica
7. La lotta per la difesa della democrazia, per la pace
  e a sostegno dei lavoratori
8. L' VIII congresso e la via italiana al socialismo
9. I nodi vengono al pettine, la capitolazione di Berlinguer

2. Il PCd'I alla prova:
l'avanzata del fascismo
e lo scontro con l'Internazionale

Premessa

  Il 1921 è l'anno in cui nasce il partito dei comunisti, ma è anche l'anno in cui la sua esistenza viene messa alla prova da avvenimenti drammatici come la guerra civile scatenata dalle bande nere dei fasci di combattimento fondati da Mussolini nel 1919 a Milano.

   Quello di Mussolini era un progetto lucido che aveva molteplici obiettivi. Il primo, quello preliminare, era la distruzione del grande movimento di classe che si era sviluppato in tutto il paese come reazione alla guerra e alla miseria che essa aveva provocato nel proletariato italiano. Questa situazione era stata ben colta dall'Internazionale Comunista che il 27 agosto del 1920 inviava al PSI una lettera (che riportiamo [qui]), in cui si sosteneva appunto che la situazione si era fatta rivoluzionaria e quindi bisognava seguire una strategia di potere e che, non rispondendo alla richiesta che veniva dai lavoratori per rovesciare la situazione e far avanzare la rivoluzione, si permetteva che a sua volta la borghesia sfruttasse"ogni ora di tregua per organizzare le proprie forze, istituire una guardia bianca borghese, armare i figli della borghesia, gli usurai di paese e così via. E' evidente a tutti - proseguiva la lettera - che oggi la borghesia italiana non è più impotente come un anno fa. Febbrilmente essa organizza le proprie forze e si arma".

   Ed è quello appunto che stava succedendo nel momento il cui i comunisti scindono le loro responsabilità da quelle di un Partito socialista che mostrava il suo opportunismo e la sua impotenza di fronte ai compiti storici. Se Livorno risolve sul piano politico e organizzativo la questione del partito, non può, nelle nuove condizioni, risolvere automaticamente anche la questione fascista.

   Nel 1921 difatti il progetto fascista aveva già preso corpo e si stava sviluppando con la massima intensità sul piano militare. Per capirlo basta vedere l'elenco delle azioni squadriste che si riferiscono a quel periodo, il numero dei morti negli scontri, il ruolo di copertura dei fascisti da parte delle forze dell'ordine, ma anche la generosa reazione di comunisti, socialisti, anarchici e antifascisti. ([qui] riportiamo al riguardo la cronologia del 1921 elaborata dallo storico Mimmo Franzinelli)

   Il primo obiettivo di Mussolini dunque era quello di sviluppare una guerra civile contro le organizzazioni che rappresentavano i lavoratori ed esso veniva realizzato col terrorismo armato, con gli eccidi , con la distruzione delle sedi e degli organi di stampa.

   Lo scontro era dunque essenzialmente militare e solo attrezzandosi su quel terreno si poteva pensare di bloccare l'avanzata del fascismo. Credere invece di risolvere 'politicamente' il conflitto significava non comprenderne la natura e le forze che lo stavano alimentando. Per questo la via della pacificazione tentata dai socialisti e la via governativa dell'ala riformista del PSI non ebbero alcun effetto. Nè poteva servire allo scopo il massimalismo parolaio del partito socialista.

   Il fascismo, difatti, nasceva sul terreno militare avendo alle spalle un sistema di alleanze e di connivenze che non poteva saltare se non con una risposta adeguata che fosse in grado di metterne in crisi la strategia. La scelta della borghesia, degli agrari, della corona, dei militari era ormai evidente dietro lo sviluppo del fascismo e ne consentiva l'azione armata, al punto che perfino dopo il delitto Matteotti, Mussolini si potè permettere di assumersi in Parlamento la responsabilità politica e morale dell'omicido.

   Poteva il partito dei comunisti fondato a Livorno nel gennaio del 1921 affrontare vittoriosamente lo scontro coi fascisti? Le difficoltà erano indubbiamente enormi e le connivenze col fascismo molto ampie, ma per provarci bisognava sfruttare tutte le potenzialità che la situazione presentava, raccogliere le forze che subivano l'attacco, organizzarle e armarle. Queste forze oggettivamente andavano ben oltre ciò che in quel momento il PCd'I rappresentava. Basta vedere l'elenco degli scontri documentati nel testo già citato che dimostra due cose: che la partecipazione ai combattimenti da parte degli antifascisti era solamente difensiva e quindi non in grado di mettere in crisi gli obiettivi strategici dei fascisti che si basavano su di una organizzazione militare che agiva con grande mobilità e con una strategia di attacco mirata e, in secondo luogo, che il conflitto coinvolgeva settori ben più ampi di quelli comunisti e quindi il dovere di una forza rivoluzionaria era quello di raggruppare tutte le forze e affrontare il combattimento.



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