L'Associazione


La rivoluzione
e gli anni di Stalin


Il ruolo del Partito Comunista
nella storia d'Italia

Con il completamento del primo fascicolo, dedicato alla scelta di costituire il Partito comunista d'Italia, sezione dell'Internazionale comunista, inizia una nuova fase del nostro lavoro, dedicata alla storia del PCI dal 1921 a Berlinguer.
Possiamo anticipare l'articolazione dello studio che abbiamo intrapreso e che sarà basato, come quelli precedenti, su una lettura guidata dei documenti che illustrano i passaggi e i nodi politici fondamentali. Questo il sommario:

1. La scelta di Livorno
2. Lo scontro con l'Internazionale comunista
3. La svolta di Lione
4. I comunisti nella clandestinità
5. La lotta armata contro il fascismo e i tedeschi
6. Da Salerno alla Repubblica
7. La lotta per la difesa della democrazia, per la pace
  e a sostegno dei lavoratori
8. L' VIII congresso e la via italiana al socialismo
9. I nodi vengono al pettine, la capitolazione di Berlinguer

1. La scelta di Livorno

Premessa

  Prima ancora di introdurci nella descrizione dei passaggi storici e dei risultati che hanno caratterizzato la vita del Partito comunista (dapprima PCd'I sezione dell'IC e poi PCI) occorre fare qualche considerazione di carattere generale e preliminare. Finora il racconto della storia del partito dei comunisti italiani si è nutrito di interpretazioni che non hanno consentito di darne una valutazione oggettiva, trattandosi in una prima fase di interpretazioni spesso apologetiche e in seguito di distorsioni funzionali all'esigenza di creare le condizioni per le svolte politiche che hanno portato il partito alla dissoluzione.

   Bisogna ricondurre quindi il filo conduttore di questa storia a due questioni che viaggiano parallele: la storia dell'Internazionale e del movimento comunista mondiale e lo svolgersi degli avvenimenti storici in Italia. Queste due cose si intrecciano e si condizionano, e non certamente in modo negativo, fino al momento però in cui la crisi del movimento comunista internazionale favorirà una svolta che si dimostrerà irreversibile per il partito comunista italiano.

   Prescindere da questo, come hanno sempre fatto i detrattori del PCI da 'sinistra', diventa un paraocchi che nasconde le questioni oggettive e porta alla caricatura della ricostruzione 'storica' di un libro come 'Proletari senza rivoluzione' di Del Carria, in cui la storia del PCI diventa un ammasso di tradimenti di cui i proletari fanno le spese. Questa ridicola vulgata fuoriesce da una base interpretativa materialistica che tiene invece unite, dialetticamente, tre questioni: l'obiettivo strategico, la fase storica e il programma d'azione.

   Si vedrà, nel caso di Amadeo Bordiga che diviene il primo segretario del Partito comunista, come questa mancata articolazione lo porterà poi alla sconfitta. Insomma, per capire e giudicare correttamente la storia dei comunisti italiani bisogna abbandonare l'interpretazione cosiddetta 'marxista-leninista', ma anche la vulgata del 'partito di Gramsci e di Togliatti' che ha coperto un revisionismo storico e interpretativo dei fatti, e bisognerà invece ricondurre il tutto ai dati oggettivi e alle motivazioni delle scelte.

   Partiamo da Livorno, la fondazione del Pcd'I il 21 gennaio del 1921

   La data è stata occasione di processioni politiche di livornisti che, omaggiando il santuario, speravano di ricostituire un partito comunista basandosi semplicemente su fondamenti di ortodossia formale, senza capire su che basi e in quale contesto storico il Pcd'I fu fondato.

   Bisogna invece partire da questo per fare i conti, non solo col formalismo dell'ortodossia, ma anche con un certo revisionismo storico che a posteriori e per esigenze 'unitarie' del momento ha di fatto rimesso in discussione la scissione di Livorno. I fautori di questa revisione, in particolare, insistevano sul fatto che - dopo che nel PSI, col congresso di Bologna (ottobre 1919), la corrente massimalista di Giacinto Menotti Serrati aveva ottenuto la maggioranza e aderito all'Internazionale Comunista - dividere il partito dei lavoratori fu negativo, anche perchè nel 1921 si andava sviluppando l'attacco militare dei fascisti contro il movimento operaio. Un attacco poderoso in quanto sostenuto dagli industriali, dagli agrari, dalla Chiesa, dai militari e dalla monarchia e da uno stuolo di esponenti del liberalismo del calibro di Giovanni Giolitti e di Benedetto Croce.

   Detta così l'argomentazione sembra convincente. Ma la domanda è: che cos'era veramente il PSI e quali responsabilità storiche aveva rispetto ai lavoratori e allo sviluppo della situazione?

   Il partito al momento dell'entrata in guerra dell'Italia, nel 1915, aveva scelto di non aderire né sabotare, cioè di rimanere inerte, mentre la sua destra era dichiaratamente interventista. Poteva un partito che aveva fatto questa scelta essere un partito in linea con l'Internazionale di Lenin impegnata a trasformare la guerra imperialista in guerra rivoluzionaria? E sempre sulla guerra, sul grande massacro provocato dai conflitti imperialistici, come si era posto concretamente il PSI quando nel 1917 si erano sviluppati a Torino i moti contro la guerra e la fame contro cui si mossero le mitragliatrici e i blindati delle forze armate dello stato monarchico provocando centinaia di morti? Nello stesso anno vi fu la rotta di Caporetto, quella che fu definita sciopero contro la guerra e che portò alla decimazione delle truppe in fuga. Il partito, per bocca di Filippo Turati, disse che il posto dei socialisti era sul monte Grappa! Dunque la guerra imperialista doveva continuare.

   Anche nel primo dopoguerra, quando i lavoratori svilupparono un movimento di classe potente contro le condizioni di vita e le sofferenze prodotte dalla guerra (il famoso diciannovismo), il PSI rimase assente e incapace di guidare il proletariato italiano. L'esempio più eclatante fu quello dell'occupazione delle fabbriche, partita da Torino nel 1920 ed estesa poi in molte parti dell'Italia, che finì per esaurirsi in mancanza di una direzione nazionale e di una prospettiva politica. La ragione di questa sconfitta stava proprio nella natura del PSI dal momento che la Confederazione Generale del Lavoro era in mano all'ala riformista di D'Aragona, così come il gruppo parlamentare socialista che ne era il contraltare. Tutto questo avveniva mentre la borghesia e gli agrari con la collaborazione di tutte le istituzioni, monarchia in testa, andavano sostenendo lo squadrismo fascista e preparavano il colpo di stato dell'ottobre 1922.



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